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Associazione Vittoria
Centro Antiviolenza Mai Piu Sola

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COSA VUOL DIRE ESSERE VOLONTARIA DI UN CENTRO ANTIVIOLENZA?
La voce delle donne è ancora oggi troppo spesso sovrastata dalla voce della società, una società che fa fatica ad ascoltare ed accogliere, una società che ancora troppo spesso giudica la donna per il solo fatto di essere donna e la fa sentire spesso sbagliata, colpevole. Come volontarie del centro antiviolenza ci battiamo perché la voce delle donne possa essere ascoltata, ma sopratutto lavoriamo per far sì che le donne vittime di violenza possano finalmente sentirsi libere di parlare senza il timore di un giudizio freddo e crudele e per dare loro la sicurezza di non essere sole a combattere. Molto spesso accogliamo donne che si rivolgono a noi dopo anni di violenze perpetrate ai loro danni da chi diceva di amarle, da chi aveva promesso di proteggerle dai mali del mondo. Come operatrici del centro,  cerchiamo di essere un sostegno concreto,  vogliamo tendere la mano oltre la sofferenza, la paura e l’incertezza, per costruire insieme un nuovo inizio. I loro occhi spenti, le mani che si sfregano tra loro non sono solo immagini che si fissano nella nostra mente, ma sono una richiesta di aiuto che si somma alle parole. La voce che trema, l’imbarazzo iniziale, parole che escono a fatica e che poi ci travolgono come un fiume in piena. Parole che lasciano trasparire non solo la violenza subita, ma la paura di aver sbagliato, la paura di aver deluso qualcuno. La consapevolezza di aver deluso se stesse. Non c’è colpa, non c’è delusione dietro alla violenza. La violenza lascia un dolore profondo, ma un dolore dal quale insieme si può guarire e che si deve combattere. Noi ci impegniamo a creare un luogo di accoglienza e di riscatto.
 Attraverso l’ascolto siamo sempre a disposizione e cerchiamo di rappresentare il punto di partenza di un percorso volto a riappropriarsi del proprio sorriso, della serenità, della libertà. Ognuna di loro ha una storia diversa e che è ugualmente importante. Vogliamo farle tornare a vivere, a sorridere e a riappropriarsi della loro dignità, tolta da una persona che diceva di amarle e che le ha legate a una vita di violenza. Noi siamo presenti per dare ascolto a tutte le donne vittime di violenza perché nessuna debba sentirsi mai più sola.

Alice, Nicole, Sveva - Volontarie dell'Associazione Vittoria
La violenza nelle relazioni intime: un problema sommerso
La violenza perpetrata tra le mura domestiche balza in prima pagina soltanto quando determina conseguenze di gravità tale da non poter essere taciuta. Quando sentiamo parlare di donne picchiate a sangue o uccise dai loro partners abbiamo la tendenza a considerare questi episodi isolati e rari, conseguenza di un grave disturbo psichico di colui che commette il reato. Tuttavia il fenomeno della violenza nelle relazioni intime rappresenta un’emergenza drammatica in tutti i paesi del mondo, sia pure in forme e proporzioni differenti e nonostante le politiche di contrasto messe in atto dai diversi governi.Questa forma di violenza, le cui vittime sono nella maggior parte dei casi donne e bambini, consiste in una serie continua di maltrattamenti fisici, sessuali e psicologici agiti all’interno di una relazione da uno dei partner ai danni dell’altro con lo scopo di ottenere e mantenere una posizione di potere e controllo e rappresenta una delle principale cause di decessi o di invalidità, alla pari del cancro, degli incidenti stradali e della guerra.
Esausta per lo stress costante, lei di solito si ritira dal violento, temendo che possa inavvertitamente far partire l’esplosione. Lui comincia a muoversi in un modo più opprimente verso di lei, mentre osserva il suo ritiro. La tensione tra i due diventa insopportabile” (Walker, 1979).
La tensione cresce e si passa alla fase due, acuta e più violenta, dove le aggressioni fisiche, sessuali e psicologiche diventano più severe. La rabbia diventa incontrollabile e scatena un’aggressione violenta che dura finché l’uomo diviene “esausto ed emotivamente svuotato” (Walker, 1979), solitamente nell’arco delle ventiquattro ore. Questa è il momento più pericoloso in cui la donna può rimanere gravemente ferita o uccisa e psicologicamente scossa. E’ anche il momento in cui, generalmente, le donne entrano in contatto con i Centri Antiviolenza mediante gli sportelli di codice rosa operativi all’interno del pronto soccorso o richiedono l’intervento delle forze dell’ordine. Dopo avere sfogato la rabbia attraverso l’aggressione, la tensione viene allentata e inizia la terza fase, quella in cui l’aggressore “chiede perdono”, promettendo di cambiare e che quanto accaduto non succederà più. In questa fase di profondo autoinganno, molte donne ritirano la querela o la richiesta di separazione, possono abbandonare il centro antiviolenza per tornare nella casa coniugale, tendono a perdonare o minimizzano le violenze subite e difendono il partner, sentendosi responsabili per averlo provocato. In questa fase, l’aiuto esterno ha la minima probabilità di efficacia. Tuttavia, per la donna che torna nella relazione, il comportamento amorevole e dispiaciuto dell’uomo svanirà gradualmente, e il ciclo della violenza ricomincia spesso con maggiore durezza di prima. Il maltrattamento domestico rappresenta una vera e propria situazione traumatica: di fronte ad una situazione di pericolo la vittima vive un vissuto di impotenza e terrore tali non riuscire ad attivare le normali reazioni di allerta, paura, rabbia, resistenza o fuga di fronte all’evento stesso. 
Il trauma altera le normali capacità di adattamento alla vita compromettendo i sistemi di difesa, il senso di sicurezza e di controllo.
Spesso le donne credono che la violenza di cui sono vittime avvenga per colpa loro, sono incapaci di attribuire al partner la responsabilità del suo comportamento violento, temono profondamente per la propria vita e/o per quella dei propri figli, spesso credono in modo irrazionale che l’abusante sia onnipresente e onnisciente. L’impotenza sperimentata e introiettata attraverso ripetuti episodi traumatici porta la donna a distorcere la realtà e a pensare che le proprie azioni possono gestire efficacemente la situazione. Viene quindi a mancare la consapevolezza e la spinta a rispondere con la fuga ai maltrattamenti subiti sostituita dall’intenzionalità, ingannevole, di voler mantenere intatta la relazione. La donna vittima di violenza è impossibilitata nell’atto della fuga, è impotente di fronte al pericolo che invade la sua persona e la destabilizza completamente nella mente e nel corpo. E’ importante che le donne che subiscono violenza vengano aiutate, attraverso interventi multidisciplinari e integrati, a riconoscere e ad attribuire l’esatto significato a tutti quei comportamenti che troppo spesso sono considerati normale espressione di amore per la famiglia, fino a diventare consapevoli dei propri diritti e delle ingiustizie subite.
Dott.ssa Federica Manucci - Psicologa, Psicoterapeuta
Si tratta di un fenomeno trasversale che non colpisce, come si è spesso portati a pensare, solamente le fasce marginali e degradate della società e si presenta secondo dinamiche relazionali caratteristiche che la psicologa americana Walker ha definito “ciclo della violenza” e ha suddiviso in tre diverse fasi:
(1) fase di crescita della tensione, con un aumento costante del senso del pericolo;
(2) fase acuta con episodio maggiore di violenza;
(3) fase di amore o luna di miele.
Dopo un iniziale periodo di corteggiamento, in cui l’uomo appare amorevole e premuroso, ha inizio la prima fase di crescita della tensione, caratterizzata dall’aumento della gelosia, possessività e oppressione, rabbia e violenza verbale (insulti, svalorizzazioni, tentativi di isolare la partner). Inizialmente la donna faticherà a distinguere il comportamento premuroso da quello controllante e penserà che l’atteggiamento aggressivo dell’uomo sia giustificato da un eccesso di amore e protezione, si assumerà la colpa e cercherà in qualunque modo di calmarlo, evitando discussioni e conflitti e accontentando le sue richieste (ad esempio, trascurando i propri amici e familiari). I tentativi di controllare la rabbia dell’uomo possono anche avere temporaneamente successo, rafforzando la convinzione errata della donna di esserne la causa mentre tale rabbia è dovuta ad una motivazione profondamente interna a chi la agisce e nessun comportamento esterno può influenzarla.
Mille volti e un solo volto di Noemi Bruzzi
Quello che la violenza scolpisce identico nell’espressione degli occhi.
Credo che Vittoria assuma in tutti gli occhi che ho incontrato personalmente, i tratti di un ancora in mezzo a flutti di dolore, paura, vergogna, impotenza, smarrimento.
Per me la gioia più grande è vedere questo ancora diventare vittoria piena nella forza aggiunta dall’Associazione alla volontà di vittime di soprusi e violenza fisica, economica e psicologica per riappropriarsi della propria vita.Felice di poter offrire sostegno e di dare il mio contributo, con i più opportuni strumenti giuridici, al fine di tutelare vite che definisco a luce sospesa. Vittoria è per me un gruppo di donne di cuore e valore a servizio di fragilità che devono sapere di non essere sole. Di fragilità che hanno diritto di tornare ad abitare la propria luce.
Avvocato Noemi Bruzzi
COS'È UN CENTRO ANTIVIOLENZA? 
Ci stiamo avvicinando al 25 Novembre giornata internazionale contro la violenza sulle donne e come ogni anno in questo periodo si parla molto di centri antiviolenza invitando le donne a prendervi contatto. Ma cos'è un centro antiviolenza? Cosa fa un centro antiviolenza? Perché sono così importanti?
Un centro antiviolenza non è una sola cosa ma è uno spazio formato da professioniste intorno alle esigenze della donna che vi chiede aiuto. Il centro antiviolenza è l'avvocato che lotta perché le siano riconosciuti i suoi diritti , ma è anche la volontaria che le stringe la mano prima della testimonianza in tribunale , è la psicologa che l'aiuta a superare un trauma, è l'operatrice che la supporta nella ricerca di un lavoro o quella che le apre la porta di una abitazione protetta.
Il centro antiviolenza è un team di donne che sanno creare quel calore e quella protezione che una casa dovrebbe offrire e che sanno che la frase "a me non potrà mai accadere" è la più grande bugia, che non giudicano ma accolgono ascoltano sostengono e proteggono. Un centro antiviolenza non è assistenzialismo : una donna non deve passare dalla dipendenza di un partner violento alla dipendenza di uno stato accogliente . Un centro antiviolenza lavora per l'autonomia, l'emancipazione e l'indipendenza della donna : fa volare quell'uccello che ha raccolto ferito e a cui ha curato l'ala spezzata. A volte l'uccello è una rondine che avrà bisogno di essere accompagnato in alto per poter spiccare il volo, a volte sarà una fenice pronta a rinascere sempre dalle proprie ceneri.