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  • Ghosting: il silenzio che diventa violenza relazionale

    Ghosting: il silenzio che diventa violenza relazionale

    Il termine ghosting viene usato per descrivere la scomparsa improvvisa di una persona da una relazione. Una presenza che da un giorno all’altro si dissolve: niente più messaggi, niente chiamate, nessuna spiegazione. Una sparizione silenziosa che lascia l’altro nella confusione, con un vuoto che pesa più delle parole non dette.

    Chi subisce ghosting si trova a fare i conti non solo con la fine del legame, ma con la mancanza di senso: perché è accaduto? Ho sbagliato io? Perché non merito nemmeno una spiegazione? Le domande si trasformano in un labirinto, e a far più male non è l’assenza, ma l’essere cancellati come se la relazione non fosse mai esistita.

    Eppure il ghosting non è sempre una sparizione definitiva. Esiste una forma ancora più subdola: quella intermittente. In questo caso, la persona non sparisce per sempre, ma a fasi alterne. Scompare senza dire nulla, lasciando l’altro/a nel silenzio e nella frustrazione, per poi ricomparire all’improvviso, con un messaggio, una telefonata o un gesto apparentemente normale, come se nulla fosse accaduto. Dopo un po’ sparisce di nuovo.

    Questo ciclo di presenze e assenze non è mai neutro: diventa un meccanismo di controllo. Chi lo pratica tiene l’altro/a agganciato, non chiude mai davvero il legame, lo lascia sospeso. Ogni ritorno accende una speranza, illude che “questa volta sarà diverso”, ma è solo il preludio di una nuova sparizione. Così il silenzio diventa un’arma sottile e potente.

    Il messaggio implicito è chiaro: “Io decido quando esserci e quando sparire. Io controllo il ritmo del legame. Tu puoi solo subire e aspettare”.

    Chi subisce questo tipo di dinamica sperimenta un’altalena emotiva logorante. Da un lato c’è la ferita del silenzio, dall’altro l’attesa spasmodica di un segnale. Si resta intrappolati in un ciclo di speranza e frustrazione, che mina l’autostima e la capacità di fidarsi degli altri. Con il tempo, si rischia di interiorizzare il messaggio che non si vale abbastanza da meritare chiarezza, rispetto e presenza costante.

    Il ghosting, soprattutto se usato in modo intermittente, è quindi molto più di un comportamento immaturo o codardo. È una vera e propria forma di violenza relazionale, che utilizza l’assenza, il silenzio e l’ambiguità come strumenti di potere. Non concede all’altro la possibilità di capire, di chiudere, di elaborare. È un annullamento che lascia ferite invisibili ma profonde.

    Perché il silenzio, quando diventa strategia, non è mai innocuo. È un modo di affermare potere e dominio sull’altro, di tenerlo in sospeso in un legame che non è mai reciproco, ma unilaterale.

    Una relazione sana non ha bisogno di fantasmi che compaiono e scompaiono a piacimento. Ha bisogno di responsabilità, di chiarezza, di parole – anche quando sono difficili. Perché il rispetto si misura anche (e soprattutto) nel modo in cui si sceglie di chiudere un legame.

  • DARVO: la strategia che ribalta la realtà

    DARVO: la strategia che ribalta la realtà

    Tra le tante strategie usate nelle dinamiche di violenza psicologica, una delle più subdole e meno conosciute è il DARVO.
    Si tratta di un acronimo inglese che descrive un preciso schema di manipolazione:

    • Deny (Negare)
    • Attack (Attaccare)
    • Reverse Victim and Offender (Invertire vittima e aggressore)

    Il DARVO non è una reazione impulsiva, ma uno schema ripetuto, utilizzato per proteggersi dalle proprie responsabilità, screditare la vittima e ribaltare la realtà.

    Come funziona il DARVO

    La prima fase è quella del Negare (Deny).
    Di fronte a una denuncia o a un richiamo di responsabilità, l’aggressore rifiuta l’evidenza, minimizza o distorce i fatti. Può dire frasi come: “Non è mai successo”, “Ti sei inventata tutto”, “Hai capito male, stai esagerando”.
    Questa negazione non serve solo a difendersi, ma anche a far dubitare la vittima delle proprie percezioni e a minarne la credibilità davanti agli altri.

    Segue poi la fase dell’Attaccare (Attack).
    Una volta negata la realtà, l’aggressore sposta il mirino direttamente sulla vittima, accusandola e screditandola. Può dirle: “Sei matta, hai bisogno di uno psicologo”, “Lo dici solo per farmi passare come un mostro”, “Stai rovinando tutto con le tue paranoie”.
    In questo modo, la donna che denuncia viene fatta apparire instabile o esagerata, e la sua voce perde forza.

    Infine, arriva la fase più subdola: Invertire i ruoli (Reverse Victim and Offender).
    Qui l’aggressore si dipinge come la vera vittima, mentre chi ha subito la violenza viene accusata di essere crudele, ingiusta o addirittura maltrattante. Le frasi tipiche sono: “Mi stai distruggendo la vita con queste accuse”, “Sono io che sto soffrendo per colpa tua”, “Tu sei quella che mi maltratta con queste storie”.
    Così, chi ha subito violenza non solo deve difendere la propria verità, ma si ritrova anche costretta a giustificarsi per un dolore che non ha mai causato.

    Le conseguenze

    Il DARVO è estremamente destabilizzante. Non solo mette in discussione la verità dei fatti, ma costringe la vittima a difendersi, a giustificarsi, a dubitare di sé.
    È una forma di gaslighting avanzato, che rende difficile chiedere aiuto, sentirsi credute o mantenere fiducia nelle proprie percezioni.

    Può inoltre confondere chi osserva dall’esterno (familiari, amici, persino giudici), creando l’illusione che la realtà sia “ambigua” o che la colpa sia condivisa.

    In realtà, il DARVO ha sempre lo stesso obiettivo: proteggere l’aggressore e silenziare la vittima.

    Perché è importante riconoscerlo

    Il DARVO non si manifesta solo nelle relazioni personali, ma anche nei processi giudiziari, nei luoghi di lavoro o nei contesti sociali.
    Saperlo nominare significa smascherarlo.

    Quando una donna denuncia violenza e si trova davanti a chi la accusa di “esagerare” o di “voler rovinare la vita a un uomo”, molto spesso è il DARVO che sta agendo.

    Dare un nome a questo meccanismo è un atto di consapevolezza e di difesa: ricordare che la responsabilità della violenza è sempre di chi la commette, mai di chi la subisce.

  • CONSEGNATE ALL’ASSOCIAZIONE VITTORIA LE CHIAVI DELLA CASA CONFISCATA ALLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA

    CONSEGNATE ALL’ASSOCIAZIONE VITTORIA LE CHIAVI DELLA CASA CONFISCATA ALLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA

    Sarà intitolata a Tiziana Vinci, vittima di femminicidio. Inaugurazione venerdì 28 novembre

    Il Comune di Sarzana ha consegnato all’Associazione Vittoria APS le chiavi dell’immobile confiscato alla criminalità organizzata, assegnato tramite bando pubblico e destinato a diventare una casa di semiautonomia per donne vittime di violenza. L’edificio, situato nel territorio comunale, rappresenta un luogo di protezione e ripartenza, pensato per accogliere donne che, dopo la permanenza in casa rifugio o in uscita da situazioni di grave vulnerabilità, stanno ricostruendo la propria autonomia personale, lavorativa e abitativa.

    “Casa Tiziana”: un nome che diventa memoria, impegno e comunità

    La struttura porterà il nome di “Casa Tiziana”, in memoria di Tiziana Vinci, uccisa il 16 agosto a La Spezia dall’ex marito. Una scelta condivisa in spirito di profondo rispetto e accolta con sensibilità anche dai figli della donna.

    La coincidenza delle date rende questa intitolazione ancora più significativa: l’Associazione Vittoria ha ricevuto la comunicazione dell’assegnazione dell’immobile proprio il 16 agosto, lo stesso giorno in cui si consumava il femminicidio di Tiziana. Una sovrapposizione dolorosa che ha assunto per l’associazione un valore simbolico impossibile da ignorare.

    «Per noi questa casa ha un significato che va oltre il progetto sociale — dichiara Nea Delucchi, presidente dell’Associazione Vittoria —. La notizia dell’assegnazione ci è arrivata proprio il 16 agosto, mentre a pochi chilometri di distanza si spegneva la vita di Tiziana. È stato impossibile non vedere in quella coincidenza un filo, un segno, qualcosa che ci chiamava a trasformare quel dolore in impegno concreto.

    Restituire alla comunità un bene confiscato e trasformarlo in un luogo di cura dedicato alle donne significa ribaltare il senso stesso della violenza. Intitolare la casa a Tiziana è il nostro modo per far vivere ogni giorno la sua presenza, affinché il suo nome continui a essere forza, protezione e ripartenza per altre donne che stanno ricominciando.»

    Una casa che nasce dal territorio e per il territorio

    “Casa Tiziana” sarà uno spazio accogliente, strutturato per offrire sostegno abitativo temporaneo e percorsi personalizzati di accompagnamento verso l’indipendenza. Grazie alla rete territoriale la casa diventerà un presidio comunitario contro la violenza di genere, un luogo di sicurezza e speranza.

    “Il progetto rientra nella strategia dell’Associazione Vittoria di ampliare e rafforzare i servizi dedicati alle donne, offrendo nuovi spazi di protezione e percorsi di autonomia. L’assegnazione di un immobile confiscato alla criminalità organizzata rappresenta un’opportunità preziosa per trasformare un luogo sottratto all’illegalità in un contesto di accoglienza e ripartenza, restituendolo alla comunità con una funzione sociale.” Conclude la presidente Delucchi

    Inaugurazione il 28 novembre

    L’inaugurazione ufficiale di Casa Tiziana è prevista per venerdì 28 novembre, alla presenza delle istituzioni, delle realtà del territorio e della cittadinanza.

    Sarà un momento di memoria ma anche di rinascita: un’occasione per ribadire l’impegno collettivo contro la violenza sulle donne e per presentare un progetto che diventerà un riferimento importante per molte donne in difficoltà.

  • Gaslighting: quando la manipolazione ti fa dubitare di te stessa

    Gaslighting: quando la manipolazione ti fa dubitare di te stessa

    Il termine gaslighting viene spesso usato oggi per descrivere un tipo di violenza psicologica che porta la persona a mettere in dubbio la propria memoria, le proprie percezioni e perfino la propria sanità mentale. Non si tratta di un semplice conflitto o di una bugia isolata: è una strategia di manipolazione sottile e costante, che mira a esercitare potere e controllo.

    Da dove viene il termine

    La parola nasce da un’opera teatrale del 1938 (Gas Light), poi diventata film, in cui un marito manipola la moglie facendole credere di essere pazza: tra le sue tattiche c’è il far tremolare le luci a gas e negare che ciò stia accadendo. Da lì, il termine è entrato nel linguaggio comune per indicare ogni forma di manipolazione che mina la fiducia in sé stessi.

    Come funziona il gaslighting

    Chi agisce il gaslighting lo fa in modo sistematico, attraverso frasi e comportamenti che creano confusione e insicurezza. Alcuni esempi:

    • Negare l’evidenza: “Non è mai successo”, “Ti sei inventata tutto”.
    • Svalutare la memoria: “Sei sempre distratta, ti confondi”.
    • Minimizzare i sentimenti: “Esageri sempre, sei troppo sensibile”.

    Con il tempo, la vittima comincia a dubitare delle proprie percezioni e a chiedere conferme all’aggressore stesso, entrando in un circolo vizioso di dipendenza emotiva.

    Le conseguenze sulla vittima

    Il gaslighting logora lentamente l’autostima. Le vittime possono arrivare a sentirsi confuse, colpevoli, incapaci di fidarsi di sé stesse. Questo isolamento interiore rende ancora più difficile uscire dalla relazione abusante.

    Perché è importante parlarne

    Il gaslighting è una forma di violenza spesso invisibile, perché non lascia segni fisici ma ferisce in profondità. Riconoscerlo è il primo passo per spezzarne il potere.
    Dire a una donna “ti stai immaginando tutto” non è una frase innocua: è un modo per zittirla, per annullare la sua realtà.

  • Freezing: quando il corpo si blocca non è mai consenso

    Freezing: quando il corpo si blocca non è mai consenso

    Durante uno stupro o un’aggressione sessuale, molte donne non riescono a gridare, a muoversi, a difendersi. Il corpo si blocca, la mente sembra scollegarsi dalla realtà. Questo fenomeno si chiama freezing, ed è una reazione istintiva di sopravvivenza, non una scelta.

    Che cos’è il freezing

    In psicologia, il freezing è una risposta di difesa automatica e fisiologica di fronte a un pericolo percepito come insormontabile. È conosciuto anche come immobilizzazione tonica e rappresenta una delle tre reazioni primarie allo stress, insieme alla lotta (fight) e alla fuga (flight).

    Quando la mente valuta che non sia possibile né scappare né reagire, il cervello mette in moto un sistema di emergenza: in pratica “spegne i comandi”, immobilizzando il corpo e attenuando il dolore attraverso sostanze naturali che creano una sorta di intorpidimento. È come se la mente decidesse: “Non puoi fuggire, non puoi lottare: l’unico modo per sopravvivere è bloccarti”.

    Si tratta quindi di un meccanismo di sopravvivenza, paragonabile al comportamento di alcuni animali che, davanti al predatore, si immobilizzano come se fossero morti. Nel caso di un’aggressione sessuale, questo stato può limitare l’intensità del trauma percepito o ridurre il rischio di ulteriori violenze.

    Sintomi del freezing

    Chi lo sperimenta può vivere:

    • paralisi fisica: blocco totale o parziale dei movimenti;
    • stasi cerebrale: incapacità di pensare o reagire;
    • intorpidimento emotivo (numbing): sensazione di vuoto, distacco, assenza di emozioni;
    • dissociazione: percezione di assistere alla scena dall’esterno, come se non si fosse presenti.

    Perché il freezing non è consenso

    Troppo spesso, nel linguaggio comune o persino nei tribunali, si sente dire: “Se non si è ribellata, se non ha urlato, allora era consenziente”. Questa affermazione è falsa e pericolosa.

    Il freezing non è un “non opporsi”, ma l’unica risposta che il corpo riesce a mettere in atto in quel momento. È una forma di resistenza passiva, non di partecipazione. Non urlare, non reagire, non opporsi fisicamente non significa mai acconsentire.

    Il consenso non si misura nell’assenza di un “no” gridato.

    Il consenso esiste solo nella presenza chiara e libera di un “sì

  • Stereotipi Capovolti – Il teatro che cambia le regole

    Stereotipi Capovolti – Il teatro che cambia le regole

    Quando ridere diventa un atto di prevenzione e inclusione sociale.

    In piena sintonia con la candidatura di Sarzana a Capitale Italiana della Cultura 2028, prende il via Stereotipi Capovolti – Il teatro che cambia le regole, un progetto promosso da Associazione Vittoria APS e cofinanziato da Regione Liguria (DGR 240/2025) e Fondazione Carispezia all’interno del Bando 02/2025 Cultura Plurale, Sostenibile e Inclusiva, in partnership con Comune di Sarzana, Comune di Castelnuovo Magra, Associazione Quokka Polo Positivo

    Il progetto mette al centro ironia, accessibilità e inclusione sociale, riconoscendo il diritto alla cultura come strumento di coesione e di crescita collettiva. Ridere non significa sminuire, ma riconquistare spazio per sé, per la propria voce, per una nuova consapevolezza.

    Perché un centro antiviolenza crede in questo progetto

    L’isolamento e il minare l’autostima sono i primi segnali di un rapporto violento e disfunzionale. La violenza di genere non inizia con un atto fisico, ma si radica in dinamiche di controllo, svalutazione e isolamento che progressivamente limitano la libertà e la sicurezza della persona coinvolta.

    La cultura, il teatro e l’arte rappresentano un antidoto fondamentale alla violenza, offrendo spazi di espressione, consapevolezza e costruzione dell’autostima. In particolare, l’ironia e il paradosso diventano strumenti chiave per scardinare stereotipi e pregiudizi, soprattutto tra i giovani, poiché favoriscono una riflessione critica senza risultare didascalici o moralistici.

    Storicamente, la narrazione della violenza sulle donne è spesso ancorata alla tragedia e alla rappresentazione della donna come vittima. Sebbene sia fondamentale dare voce al dolore e alla denuncia, è altrettanto necessario cambiare prospettiva, offrendo modelli di empowerment che rafforzino l’autostima e l’autodeterminazione.

    L’ironia, l’autoironia e il sarcasmo possono diventare strumenti potenti per ribaltare i ruoli e scardinare pregiudizi consolidati, mettendo al centro la donna non come soggetto passivo, ma come protagonista attiva del cambiamento.

    Il progetto si propone quindi di offrire uno spazio protetto e creativo, dove le partecipanti possano esplorare nuove modalità di espressione, sensibilizzando la comunità locale al contrasto della violenza di genere e promuovendo la crescita di una cultura del rispetto, dell’autodeterminazione e della solidarietà tra donne e giovani.

    L’ironia che cura

    Spesso percepita come qualcosa di leggero, l’ironia è invece una chiave potente e trasformativa: permette di affrontare i propri limiti, sorridere delle fragilità senza vergogna e superare le contrapposizioni sociali e culturali che immobilizzano.

    C’è una differenza profonda tra ridere e deridere: il primo genera connessione, cura e resilienza; il secondo umilia e divide. Nei laboratori e negli spettacoli di Stereotipi Capovolti, l’ironia diventa un linguaggio inclusivo e terapeutico, capace di sciogliere tensioni, restituire leggerezza e favorire una nuova consapevolezza identitaria.

    Ridere insieme, in questo contesto, è un atto sociale e un gesto di cura che rafforza l’autostima individuale e le relazioni collettive.

    Un programma che cambia le regole

    Spettacoli comici aperti alla cittadinanza

    • 19 settembre 2025 – Andrea Di Marco
    • 8 novembre 2025 – Germano Lanzoni
    • 13 dicembre 2025 – Alessandro Bergallo

    Workshop formativo

    Umorismo relazionale: strumento creativo per potenziare la relazione d’aiuto

    • 7 novembre 2025, ore 14–18
      Con Germano Lanzoni e Fania Alemanno
      Il workshop è in fase di accreditamento per 4 ECM destinati a psicologi, educatori, assistenti sociali, operatori sanitari e professionisti della relazione d’aiuto.

    Laboratori teatrali e di scrittura creativa

    Sette appuntamenti dedicati soprattutto a donne e persone che desiderano mettersi in gioco, per riscrivere in chiave ironica ruoli imposti e stereotipi sociali, trasformandoli in materiali di narrazione e libertà.

    📍 I laboratori si terranno presso la Sala Polivalente “Vanda Bianchi” di Castelnuovo Magra, il sabato pomeriggio dalle 14 alle 18.

    Calendario laboratori

    • 6 – 20 settembre 2025
    • 4 -18 ottobre 2025
    • 1 -15 – 29 novembre 2025

    Conducono: Alessandro Bergallo e Andrea Begnini, con la partecipazione di Andrea Di Marco.


    👉 Iscrizioni aperte, numero chiuso: massimo 20 partecipanti.

    per iscrizioni clicca qui

  • Le parole contano. 75 volte. Come 75 coltellate.

    Le parole contano. 75 volte. Come 75 coltellate.

    di nea delucchi

    Le parole contano.
    Non solo quando parliamo di comunicazione o di inclusione di genere nella lingua.
    Non solo quando discutiamo se dire “ingegnera” o “ministra”.
    Le parole contano soprattutto quando sono nero su bianco in una sentenza.
    Contano perché hanno il potere di nominare, riconoscere, giudicare.
    Contano perché creano precedenti, narrazioni, giustificazioni.
    Contano perché possono dare giustizia o uccidere due volte. Possono dare o togliere dignità a una vittima.

    In questi giorni, la sentenza sul femminicidio di Giulia Cecchettin ci ha lasciate e lasciati sgomenti. Non per la condanna , un ergastolo scontato , che comunque non riporterà Giulia tra noi , ma per le motivazioni.
    “Non ci fu crudeltà. Solo inesperienza.”
    Settantacinque coltellate.
    Eppure, secondo il giudice, non crudeltà.
    Come se 75 colpi inferti a un corpo, a una persona che si difende, che cerca di scappare, che viene inseguita, trascinata in auto, che urla, che supplica, potessero essere ridotti a un’incapacità tecnica di “uccidere meglio”.
    Come se il fatto di non essere riuscito a colpire “nel punto giusto” rendesse tutto più umano. Più accettabile. Non crudele.

    Ma non stava colpendo un cuscino.
    Stava colpendo una donna.
    Settantacinque volte.
    Colpo dopo colpo.

    Non si è fermato.
    Questa non è inesperienza.
    Questa è crudeltà.

    E la crudeltà, in un femminicidio, non è solo un’aggravante accessoria. È l’essenza stessa dell’atto.
    Perché un femminicidio non è mai un raptus.
    Non è mai un gesto isolato.
    È il compimento di un processo di disumanizzazione, di dominio, di annientamento.
    Un femminicidio nasce in un contesto fatto di controllo, possesso, manipolazione, umiliazione.
    È un omicidio che non ha nulla di improvvisato, anche quando sembra esplodere in un momento.
    È un delitto di potere, che ha come obiettivo la cancellazione dell’identità, della libertà, della volontà dell’altra. È la cancellazione della sua esistenza che va oltre il semplice omicidio.

    Non può esistere un femminicidio senza crudeltà.

    E invece le sentenze ,ancora oggi , spesso parlano d’altro.
    Parlano di “motivazioni comprensibili”, come nel caso del marito di Gabriela Trandafir, che l’ha ucciso lei e la figlia a colpi di fucile.
    Parlano di “disperazione” e “delusione” per la separazione, come nel caso di Genova, dove l’assassino ha ottenuto le attenuanti perché mosso “da un misto di rabbia e di disperazione, profonda delusione e risentimento”.
    Parlano di “assenza di premeditazione” e di “maltrattamenti assorbiti nell’omicidio”, come se la violenza domestica fosse un prequel inevitabile dell’uccisione.

    Ma le parole scelgono da che parte stare.
    Se scelgono di giustificare, sminuire, spiegare, spostano il peso del reato.
    E tolgono dignità a chi non può più parlare.
    Perché non è l’ergastolo a dare giustizia, lo sappiamo, ma una sentenza che chiama le cose con il loro nome può farlo.
    Può restituire alla vittima la verità della sua storia.
    Può dire, con fermezza, che 75 coltellate sono crudeltà.
    E che il femminicidio non può essere spiegato con l’inesperienza, ma va riconosciuto per ciò che è: l’atto estremo e crudele di un potere che non accetta il rifiuto, l’autonomia, la libertà dell’altra persona.

    Le parole contano.
    Per questo non possiamo più permettere che siano usate per giustificare chi uccide e per processare chi muore.

  • UNA VALIGIA PER RICOMINCIARE

    UNA VALIGIA PER RICOMINCIARE

    Quando una donna sceglie di liberarsi dalla violenza domestica, spesso deve farlo in condizioni di estrema urgenza, senza il tempo di raccogliere beni essenziali per sé o per i propri figli. Tornare a casa, anche solo per recuperare qualche effetto personale, potrebbe esporla a gravi rischi. In quel momento cruciale, il nostro intervento diventa fondamentale: offriamo accoglienza, protezione e un primo abbraccio di solidarietà.

    Il progetto Una valigia per ricominciare nasce con l’obiettivo di fornire un aiuto concreto e immediato alle donne che si trovano costrette ad allontanarsi dalla propria casa per sfuggire a situazioni di violenza. Attraverso la distribuzione di un kit di prima necessità, vogliamo accompagnare queste donne nel loro primo passo verso una nuova vita, garantendo loro dignità e un primo supporto materiale ed emotivo.

    Nei giorni successivi, lavoreremo insieme a loro per ricostruire un percorso sicuro, aiutarle a recuperare la propria vita e i propri beni in condizioni di sicurezza. Ma nell’immediato, la priorità è una sola: mettersi in salvo.

    Cosa contiene una valigia per ricominciare?

    Ogni valigia è pensata per rispondere ai bisogni essenziali di una donna e dei suoi figli, fornendo non solo beni materiali ma anche strumenti per affrontare con dignità i primi momenti della fuga e dell’accoglienza.

    Valigia Mamma

    • Abbigliamento comodo e biancheria intima nuova.
    • Prodotti per l’igiene personale (spazzolino, dentifricio, sapone, assorbenti, shampoo, deodorante).
    • Un quaderno e una penna, per annotare pensieri, emozioni e idee durante il percorso di rinascita.
    • Un libro, scelto per offrire conforto, ispirazione o semplicemente un momento di evasione e serenità.

    Valigia Bimbo

    • Abbigliamento comodo e biancheria intima nuova.
    • Prodotti per l’igiene personale (spazzolino, dentifricio, sapone, salviette umidificate, crema protettiva).
    • Un quaderno e pennarelli per esprimere pensieri e disegni.
    • Un libro adatto all’età del bambino.
    • Un peluche, per offrire conforto e sicurezza in un momento di grande cambiamento.

    Ogni valigia è più di un aiuto materiale: è un simbolo di rinascita, accoglienza e sostegno. È il primo segnale concreto per chi affronta una delle decisioni più difficili della propria vita, facendo sentire le donne accolte, rispettate e sostenute nel loro percorso di liberazione.

    Come puoi contribuire?
    Per realizzare questo progetto, abbiamo bisogno del sostegno della comunità. Puoi aiutarci attraverso un piccolo contributo o donando i seguenti beni di prima necessità:

    • Spazzolini, dentifricio, sapone, assorbenti, shampoo, deodoranti.
    • Pannolini, salviette umidificate.
    • Quaderni, penne, pennarelli.
    • Abbigliamento comodo e biancheria intima nuova per donne e bambini.
    • Libri e peluche per bambini.
  • “RIDERE È UNA COSA SERIA”

    “RIDERE È UNA COSA SERIA”

    “RIDERE È UNA COSA SERIA” –UNO SPETTACOLO PER RIFLETTERE CON IRONIA SULL’8 MARZO

    In occasione della Giornata Internazionale dei Diritti della Donna, l’Associazione Vittoria organizza una serata speciale dedicata al potere dell’ironia come strumento di riflessione e cambiamento. L’evento ha il patrocinio del Comune di Sarzana e l’ingresso sarà a offerta libera per costruire assieme il progetto: “Una valigia per ricominciare”.

    La rappresentazione teatrale vedrà protagonista Alessandro Bergallo, con lo spettacolo “SCoppiati”, che ironizzerà sugli stereotipi di genere e sulle dinamiche tra uomini e donne, offrendo al pubblico una prospettiva leggera ma incisiva sulle tematiche affrontate.

    Lo spettacolo sarà gratuito e aperto a tutta la cittadinanza.
    Durante la serata sarà offerto un buffet e sarà possibile contribuire con un’offerta libera: il ricavato sarà destinato al progetto Una valigia per ricominciare, che prevede la creazione di kit di prima emergenza per donne vittime di violenza domestica.

    L’evento si inserisce all’interno del progetto “Tu Falla Ridere”, ideato dall’Associazione Vittoria, di cui questo spettacolo rappresenta la prima iniziativa concreta. Il progetto nasce con l’intento di esplorare il potere trasformativo dell’ironia e del teatro comico come strumenti di prevenzione, empowerment e crescita personale per le donne. Attraverso il linguaggio della comicità, l’iniziativa mira a rafforzare l’autostima, favorire la condivisione di esperienze e promuovere una maggiore consapevolezza di sé e della propria storia.

    Il cuore del progetto risiede nell’autoironia e nella narrazione autobiografica, strumenti capaci di alleggerire il peso di vissuti complessi, trasformandoli in occasioni di riscatto e riflessione collettiva. Ridere, anche di sé, diventa così un atto di libertà e autodeterminazione, capace di sciogliere le barriere del giudizio e creare connessioni autentiche tra le partecipanti.

    Il progetto si propone di ridefinire la narrazione sulla donna, superando la rappresentazione univoca della vittima, per affermare una prospettiva in cui la donna è protagonista attiva e autodeterminata. Tradizionalmente, il racconto della violenza e del disagio femminile si concentra sull’aspetto del dolore e della sofferenza, elementi reali e importanti, ma che non devono diventare esclusivi, per non correre il rischio di ricadere nello stereotipo della donna come “sesso debole da salvare”.

    Attraverso il linguaggio dell’ironia e dell’autoironia, il progetto introduce una nuova modalità di racconto, in cui la donna non è solo spettatrice della propria storia, ma ne diventa narratrice consapevole e regista, capace di rileggere il tutto con uno sguardo nuovo. L’uso della comicità non significa banalizzare, ma trasformare il dolore in consapevolezza, offrendo uno strumento per una elaborazione collettiva ed empatica.

    Il concetto di “ridere non di lei ma con lei” sottolinea proprio questa doppia dimensione: da un lato, il riconoscimento delle complessità e delle contraddizioni che ogni donna vive, senza edulcorarle o censurarle; dall’altro, la possibilità di creare uno spazio in cui il riso non sia mai derisione, ma complicità, condivisione e riscatto.

    In questo senso, il progetto non si limita a raccontare storie di donne, ma crea un nuovo linguaggio narrativo che permette loro di esprimersi con autenticità, riappropriandosi della propria voce e del proprio percorso con coraggio e ironia.

  • Innamoriamoci di un Libro: Un’iniziativa solidale per sostenere l’Associazione Vittoria

    Innamoriamoci di un Libro: Un’iniziativa solidale per sostenere l’Associazione Vittoria

    Cari amici,

    Siamo felici di annunciare una splendida opportunità per unire l’amore per la lettura alla solidarietà! Per tutto il mese di febbraio, l’Associazione Vittoria partecipa a “Innamoriamoci di un Libro”, un’iniziativa promossa dalla casa editrice Gabybooks, nata per diffondere la passione per i libri e supportare le associazioni locali.

    Un libro per la solidarietà: come funziona?

    Grazie all’impegno della consulente Marzia Ranaldo, che ha scelto di coinvolgere la nostra associazione, l’iniziativa ci permetterà di raccogliere fondi preziosi per sostenere le nostre attività. Ecco come funziona:

    • Per ogni libro acquistato, 1€ verrà donato all’Associazione Vittoria.
    • Ogni 10 libri venduti, riceveremo un libro in omaggio.

    Questa è un’occasione straordinaria per fare la differenza: acquistando un libro, non solo arricchirai la tua libreria, ma contribuirai anche a un progetto di aiuto concreto.

    Come partecipare

    Partecipare è semplice! Basta acquistare un libro presso Sogni di Inchiostro durante il mese di febbraio. Ogni acquisto aiuterà l’Associazione Vittoria e le sue attività di supporto.

    Inoltre, puoi condividere l’iniziativa con amici e familiari per ampliare il suo impatto e coinvolgere più persone possibili.

    Dove acquistare e chi contattare

    Per maggiori informazioni o per acquistare un libro, puoi:

    • Contattare Marzia Ranaldo al numero 340 9945707
    • Visitare le pagine social Sogni.diinchiostro su Facebook e Instagram

    Un ringraziamento speciale a Gabybooks per questa meravigliosa iniziativa e a Marzia Ranaldo per aver scelto di supportare la nostra associazione.

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